

La
lunga spiaggia di Jesolo
15 km
di spiaggia con sabbia dorata finissima di origine dolomitica
391 hotel
5.200 tra appartamenti, ville, villaggi turistici e campeggi
82.000 posti letto complessivi
5.800.000 presenze turistiche all’anno
96,5 kmq di superficie del territorio
2 metri di altitudine sul livello del mare
23.000 abitanti residenti
40 km da Venezia
50 km da Treviso
La storia
di Jesolo
Origini
Equilo, da equus = città dei cavalli, e, a seconda delle
trascrizioni anche Equilio, Esquilio, poi Esulo, Lesulo, Jexulo, Jexollo,
a seconda delle trascrizioni, oggi Jesolo, ebbe i natali durante l'Impero
Romano quale vicus (= villaggio) su di un'isola in prossimità della
foce del Piave: era una delle numerose tappe dove le imbarcazioni
mercantili sostavano, soprattutto d'inverno, all'interno della laguna, al
riparo da venti (Bora) e tempeste, sul percorso da Ravenna, porto dove
s'imbarcava il grano della IX regione augustea, Aemilia, alla grande
città-fortezza di Aquileia, baluardo dei confini orientali di Roma.
Esposti alle continue invasioni barbariche (dal V secolo in poi), una
parte degli abitanti indifesi di Altino ed Oderzo, ed anche del Trevigiano
e del Bellunese, scendendo il Piave, scelsero Jesolo quale ultimo rifugio.
I primi dogi e la guerra tra Jesolo ed Eraclea
Caduto l'Impero Romano, Jesolo e le altre città dell'estuario veneto
(Rialto, Murano, Burano, Torcello, Malamocco, S. Pietro in Volta, Chioggia,
Brondolo, Fossone, Eraclea, Fine, Caorle, Grado e Cavarzere), rimaste
senza una guida politica, formarono una congregazione, dandosi un autonomo
governo, eleggendo (697) a capo di esso Paoluccio Anafesto, il mitico
primo doge, con capitale Civitas nova (Eraclea), posta al centro
geografico del Comune Venetiarum.
Gli abitanti di Jesolo, però, mal sopportavano che il governo avesse sede
in Eraclea, sapendo la loro città di origini più illustri ed antiche,
richiedendo, inutilmente, di diventare sede dogale. Quando il Doge
eracleese, Orso Teodato, trasferì, nel 742, il centro del potere a
Malamocco, per assicurarsi, con l’interposizione di un’ampia distesa di
acque, la sicurezza esterna, ma anche quella interna, con l’allontanamento
della nemica Equilo, la contestazione verso i dogi eracleesii aumentò.
Nel 755, l’equileiese Galla, usurpando il potere dogale, rialzava la
fortuna della sua città, ma per poco, ché veniva deposto dal malamocchino
Domenico Monegario, e quando otto anni dopo anche questi subì la stessa
sorte, l’autorità suprema passava nelle mani di una famiglia eracliana,
quella dei Gabbai, che, sostenuti da Bisanzio, poterono tenerla per quasi
mezzo secolo.
Nell’804 Equilio con Malamocco riusciva ad atterrare l’antica rivale, ma
non a risollevare se stessa. Il tribuno di Malamocco Obelerio, proclamato
doge dai partigiani dei Franchi esuli in Treviso (nel piccolo Stato
nascente chi parteggiava per i Bizantini, chi per i Franchi, a seconda dei
propri interessi) con l’aiuto degli Equiliani, costringeva alla fuga i
Gabbai e smantellava Eracliana, centro del partito bizantino. Sennonché
all’apparire delle squadre navali, corse da Costantinopoli in aiuto degli
amici, l’una al comando di Niceta nell’807, l’altra al comando di
Ebersapio nell’809, Obelerio ed il figliolo, che si era associato al
potere, dovettero prendere di nuovo la via dell’esilio e il principato
tornò nelle mani di un eracliano, Agnolo Partecipazio [Particiaco].
E finalmente, allorché nell’anno successivo, la flotta dei Franchi,
capitanata dal Pipino, figlio di Carlomagno, invase le lagune occupando e
danneggiando ogni centro, all’infuori di Rialto, che in quell’occasione si
rivelò un baluardo sicuro, in Rialto (810) trasportavasi definitivamente
il governo ed Equilio ed Eracliana passavano, con tutti gli altri centri
loro pari, in seconda linea (G. Pavanello, L’Antica Jesolo e la moderna
Cava Zuccherina, in L’illustrazione veneta, n. 9, anno 1927).
Le alluvioni del Piave
A queste tragiche vicende di guerre ed invasioni, s'accompagnarono anche
disastri ambientali, provocati dal Piave, il quale, com'è noto, cambiò il
suo corso diverse volte. Nella storia della nostra Regione, un posto
rilevante è occupato dall’alluvione del 589, avvenuta due decenni dopo
l’invasione dei Longobardi, della quale, Paolo Diacono, nel capitolo 23
del II libro della sua Historia Langobardorum, così riferisce: a quel
tempo ci fu un diluvio nei territori della Venezia, della Liguria e di
altre regioni d’Italia, quale credo non ci fosse più stato dai tempi di
Noè. Terreni e fattorie diventarono laghi e ci fu gran strage sia di
uomini che di animali. Furono cancellate strade e sentieri, e tanto crebbe
allora l’Adige che l’acqua toccava quasi le finestre superiori della
basilica del beato Zenone martire, che è posta fuori delle mura di Verona;
eppure, scrisse il beato Gregorio, divenuto poi Papa, nella chiesa non ne
entrò affatto. Le mura di Verona in alcuni punti furono danneggiate
dall’inondazione. Questa avvenne il 23 ottobre. Ci furono poi tanti lampi
e tuoni quanti raramente se ne hanno d’estate. Sempre a Verona, due mesi
dopo, gran parte della città andò distrutta da un incendio.
Wladimiro Dorigo, nel volume Venezie sepolte nella terra del Piave, pag.
106 (Roma 1994), scrisse che la catastrofica alluvione del 23 ottobre 589,
che mutò probabilmente corsi di fiumi come l’Adige, dovette inferire un
colpo gravissimo all’assetto idraulico del territorio. Occorre anzitutto
ricordare che quell’evento non fu isolato, ma si collocò al centro di un
periodo climatico straordinariamente difficile, nel quale, pur basandosi
sulle fonti più sicure, si possono radunare una serie di alluvioni. Lo
studioso indica nell’arco dell’anno 389 (ai tempi di Teodosio) all’886
(poco prima della coronazione di Berengario I) una dozzina di date di
altri fenomeni del genere che hanno lasciato ricordi di devastazioni e
lutti eccezionali. I mesi più frequentemente ricordati per questi eventi
(ottobre-novembre) rivelano in genere la natura di piene fluviali
autunnali, e indicano quale chiave di lettura di questa terribile catena
alcuni fatti catastrofici ben noti negli ultimi decenni.
A questo evento che di certo ebbe a rinnovarsi anche per opera degli altri
fiumi della Regione, altri storici hanno attribuito danni notevoli
nell’intero territorio jesolano, anche se non lasciarono documentazioni
altrettanto precise.
Giorgio Piloni, infine, nella sua Historia di Belluno (1607), così
descrisse l’inondazione del 1512, quando il Piave allagò anche Treviso:
Crebberon i fiumi quest’anno per le gran pioggie e innondazioni che
regnorno con danni notabili di tutto il Paese, rovinorno i ponti, furno
spiantati gli arbori con gran rovina delle campagne. Et la Piave,
horibilmente accresciuta sbalzò fuori del suo solito letto, et correndo
per il Trivigiano entrò con gran quand’impito in Trivigi et ruppe il ponte
di Betelemme. Ma quel che più conta sono le cause alle quali lo scrittore
attribuisce le inondazioni: sembra una relazione di qualche studioso
contemporaneo: La causa di tante inondationi è manifesta ad ognuno. Perché
venendo tagliati e spiantati li boschi sopra li monti, e sapandosi il
terreno, quando vengono le pioggie non si fermano ponto le acque ma
precepitosamente scendendo conducono seco la terra mossa, e entrate nelli
torrenti la conducono nella Piave, la qual poi ingrossando per le acque e
per la terra sbalza fuor dell’alveo consueto e va dannificando le campagne
per dove passa finché entra nelle lacune di Venetia atterrando i stagni e
li canalli di quella cittade. Il che non accadeva a tempi antichi, per
esser i monti incolti, dalli quali scendevano le acque chiare, e con minor
impeto et in minor copia, che al presente non fanno, trattenendosi fra l’herba
e tra le foglie.
L'invasione degli Ungheri
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I resti della Basilica di S. Maria
Assunta di Equilo |
Il Piave, dunque, iniziò a modificare,
seppur lentamente, l'equilibrio ambientale, sia di Jesolo che di altre
isole, e con le sue frequenti alluvioni diede inizio ad un progressivo
interrimento, al quale, coi mezzi del tempo, era impossibile por rimedio,
riducendo sempre più lo spazio acqueo che separava le isole dalla
terraferma, creando notevoli problemi alle attività portuali Jesolane,
facilitando, anche da via terra, l'arrivo di estranei in città, e Jesolo
venne invasa, ancora una volta, dai nomadi Ungheri, bisognosi di preda e
non di territori: devastata la Marca friulana, giunsero sino a Verona
spogliando con inaudita ferocia tutto il paese e senza incontrar
resistenza penetrarono anche dentro le più solide difese delle città e dei
castelli murati, proseguirono fino a Pavia, la capitale del Regno
d’Italia, donde partì Berengario I, respingendoli fino alle terre venete.
La tradizione racconta che il 29 giugno 900 furono respinti nel loro
tentativo di arrivare a Rialto, essendosi provveduti di zattere, otri,
pelli, imbarcazioni di fortuna. Meno fortunati sarebbero stati i vici
delle lagune: gli invasori prese alquante delle loro isole, abbruciati e
rubati Eraclia, Equilio, Chioggia e Capodargine, si voltarono contra
Rialto (Cronaca del Diacono Giovanni).
I commerci
Anche se i fratricidi conflitti con Eraclea, nati per la supremazia, e le
invasioni ridussero la sua potenzialità economica, rallentandone lo
sviluppo, Jesolo crebbe comunque, potenziando i commerci con le città
dell'entroterra, risalendo i fiumi, ma anche con l'oriente, veleggiando
sul mare, esportando pesce, sale (aveva ben 32 saline) e prodotti
lavorati, importando legnami, spezie e tessuti: il suo porto era
frequentato da viaggiatori e mercanti che vi facevano scalo per le
preziose merci che i marinai Jesolani scaricavano sulle banchine. Da esso,
all'alba del Mille, il Doge Orseolo partì con la flotta, e facendo rotta
verso le coste dalmate ed istriane, sconfisse i pirati che infestavano
l'Alto Adriatico e ne ottenne la sottomissione.
Decadenza
Dopo un paio di secoli di prosperità, seguì la decadenza.
Abbandonata via via dai nobili, con i loro capitali ed i loro servi,
trasferitisi a Rialto-Venezia, nuova capitale politica ed economica delle
lagune, rimasti in pochi, per di più incapaci di fronteggiare gli umori
del Piave, Jesolo venne lasciata al suo destino, e Papa Paolo II,
nell'autunno del 1466, fu costretto a sopprimere pure la Diocesi, priva di
fedeli, aggregando il territorio al Patriarcato di Venezia.
Ma qualcosa dev’esser accaduto a variare la situazione ambientale: dal
principio del Trecento, i pur sommari dati, relativi ai Vescovi di Jesolo,
segnalano la sempre più frequente mancanza della residenza accanto alla
cattedrale. A partire dal XIV secolo, Infatti, coll'aggravarsi della
situazione ambientale e la conseguente e progressiva decadenza economica,
i Vescovi Jesolani, per lo più discendenti di nobili famiglie veneziane,
iniziarono a mantener la residenza a Venezia, recandosi a Jesolo poche
volte, solo per impellenti impegni di ministero, incaricando i canonici
della cattedrale di curarsi del morente Vescovado.
Marco Cornaro (scriveva nel 1442-43) riteneva che la maggior
responsabilità dell'abbandono, stette nella crescente desolazione
dell’ambiente naturale, per cui Cità Nova et Giesolo sono romase destrute
per le do fiumare, ciò è Livenza et Piave, le qual quelle (località) hano
messo in paludo e quelle facte mal sane in modo che dicte se hano
convegnudo deshabitar. E pensare, continua lo scrittore, che come trovo
per lo adventario de esso Vescoado, come in quello era chiese XLII la
mazor parte de quelle lavorade el salizado de musaico, come al presente è
la chiesa de San Marcho et così etiam Lio Mazor, in nel qual era septe
dignissime chiese cum degnissime collone de marmoro et alcune lavorate
mirabilmente di musaico ne le qual tute chiesie se laudava et benediceva
Iddio, de le qual chiese et luochi nominati sono andati a ruina i quatro
quinti, in modo che altre sono sta’ porta’ via le piere et collone per
fina ali fondamenti et altre ruinade in modo che non ce habita persona
alcuna, et contra la voluntade de quelli quelle hedificorono aciò fusse
pregato Idio per le aneme sue. Donde sia processo questo stato è per le
aque dolce che hano quelle messe in canedo et hano facto mal aere in modo
che quelle sono deshabitate ... (Come trovo nei documenti dell'archivio
del Vescovado di Jesolo, la città rimase distrutta per colpa dei due fiumi
Livenza e Piave che con le loro torbide hanno trasformato il territorio in
palude tanto che è stato conveniente disabitarla. E pensare che vi erano
ben 42 chiese, con pavimenti di mosaico come quello di S. Marco...)
Anche se solo col suo ultimo pinnacolo, la cattedrale del X-XI secolo, che
sostituì la precedente dei mosaici, dimostra, ai visitatori d'oggi, lo
splendore che l'edificio doveva avere. Sepolta, sotto pochi centimetri di
terra, anche l'antica città attende appassionati scavatori-archeologi che
riportino alla luce le sue strutture, dimostrando a chi ancora non crede,
la civiltà e la grandezza un tempo raggiunte.
Le vie d'acqua
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Torre di Caligo
dove i passanti pagavano il dazio |
Verso la metà del XV secolo, la
Serenissima, interessata a conservare e sviluppare i traffici commerciali
sulle vie acquee interne verso il Friuli, avviò (1440) la costruzione,
affidata a tale Liberal da Oderzo, di un manufatto (oggi scomparso), il
quale, partendo dal Piave, si raccordava al Revedoli: per i navigli era
quindi possibile, da Venezia, senza affrontare il mare aperto, raggiungere
Caorle, e, per altri canali e lagune, Grado.
L'apertura del canale (primavera del 1441), favorì anche quella di empori
e case per i manutentori e per i custodi, ed attirò alcuni nobili che
investirono le loro fortune sul territorio. Alla fine del XV secolo,
infatti, avuto a livello parte del territorio equilense, già tutto di
pertinenza vescovile (il Vescovo di Jesolo possedeva anticamente tutte le
acque salse di quel territorio, confinando in mare la bocca del porto di
Jesolo ove usciva il fiume della Piave, con il territorio di Lio Mazor,
dalla parte di ponente, e da quella di oriente o levante la bocca del
porto di Livenza con il territorio di Caorle ... verso terra col
territorio di Cittanova, dall’altra parte infine colle valli di Jesolo e
di Tre Cai), i nobili Gradenigo, Malipiero, Soranzo ed altri, iniziarono
la bonifica, favorendo l'insediamento di molti coloni.
Il 13 gennaio 1495, il Patriarca di Venezia, Tommaso Donà, accogliendo la
richiesta dei nobili e loro dipendenti, istituì la parrocchia di San
Giovanni Battista, la più antica del Basso Piave, fornendo ad abitanti e
passanti i desiderati conforti religiosi.
Il nuovo centro urbano, abbandonato l'antico sito delle Mura, si sviluppò
a circa 7/800 metri da esse, nel crocevia formato dal fiume e dal canale,
nei pressi della nuova chiesa.
Qualche anno dopo, il canale fu assegnato (20 novembre 1499) alla
manutenzione di Alvise Zucharin e dei suoi eredi, cognome che un po' alla
volta, dimenticato l'antico di Equilo-Jesolo, diede perfino il nome al
nuovo abitato, divenuto così Cava (canale) Zucharina (della famiglia
Zucharin), trascritto nei documenti veneziani in vari modi: Cava
Zuccherina, Cavazucharina, Cavazuccherina, conservato dal paese e dal
Comune (istituito da Napoleone il 22 dicembre 1807) fino al 28 agosto
1930, quando, finalmente, Re Vittorio Emanuele III, concesse di riassumere
quello storico di Jesolo.
Deviazione del Piave e del Sile
Per eliminare le frequenti alluvioni del Piave che minacciavano la laguna,
il 7 marzo 1534 la Serenissima decise la costruzione dell'argine di S.
Marco, a partire dalla zona da Ponte di Piave in direzione sud, arrivando
a Torre di Caligo, in territorio di Jesolo, opera terminata nel 1543.
Ma l'opera non risolse il problema della sicurezza né per il basso
territorio di Jesolo né per i porti veneziani, per cui, anche con lo scopo
di migliorare la rapidità dei traffici verso il Friuli e l'Istria,
Venezia, a metà del XVI secolo, decise di scavare un nuovo canale, il
Cavetta, il quale doveva scaricare le torbide del Piave direttamente a
Cortellazzo. Anche questo lavoro, nel mentre favorì certamente i traffici,
non risolse di certo il problema dello scolo delle acque fluviali e
neppure ridusse gli interrimenti che il fiume provocava all'ingresso del
maggior Porto veneziano di S. Nicolò.
Anche il Sile danneggiava la laguna settentrionale, soprattutto nell'area
di Torcello, per cui il Governo Veneto decise di far realizzare la
diversione di entrambi i fiumi. Migliaia e migliaia di badilanti,
provenienti da ogni contrada dello Stato, si misero all'opera (1642) e
deviarono il Piave verso Palazzetto (a sud di S. Donà), sbarrando con una
testadura il suo antico corso, lasciando gli ultimi venti chilometri
all'asciutto. Il fiume, però, dopo aver ricoperto colle sue acque una
vasta area (lago del Piave), invece che a S. Margherita (Caorle), s'aprì
definitivamente (autunno 1683) la nuova foce, a Cortellazzo.
Realizzando sull'antica foce lagunare tre grandi porte (Portegrandi),
collegando il fiume con un nuovo taglio all'ex alveo del Piave (Capo Sile),
anche il Sile ebbe finalmente un nuovo corso (1684), andando a sfociare
nel mare di Jesolo.
Le grandi opere di diversione dei fiumi, i quali non disponevano degli
imponenti argini d'oggi, non migliorarono l'ambiente di Cavazuccherina, la
quale, per quattro secoli, fu sinonimo di malaria, tremenda malattia,
sconfitta con la bonificazione del territorio, completata solo negli anni
Trenta di questo secolo.
La Grande Guerra
Ma arrivò anche per questa terra la fama, seppur legata a dolorose vicende
di guerra. La cronaca ed i bollettini della Grande Guerra s'occuparono,
infatti, dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), delle vicende
che accaddero in questi luoghi, ed il nome Cavazuccherina tenne in ansia
migliaia di madri e padri, di entrambi gli schieramenti, che avevano qui i
loro figli, in trincee allagate, dove la malaria fece più vittime del
fucile.
Con obiettivo la conquista di Venezia, l'Esercito Austro-Ungarico,
dapprima superò il Piave il 14 novembre 1917, occupando il territorio
Jesolano, e, dopo alcuni mesi di preparazione, sferrò l'ultimo assalto,
Battaglia del Solstizio (15-24 giugno 1918), ma inutilmente: i fanti e
marinai italiani, ancorati sull'argine destro del Piave vecchio-Cavetta,
resistettero, e, dopo una controffensiva (2-6 luglio 1918), respinsero
l'invasore al di là del Piave nuovo, in attesa dell'ultima spallata,
conclusasi con la Vittoria del 4 novembre.
Inenarrabili disagi e sofferenze furono sopportate in quel periodo dagli
Jesolani che frettolosamente dovettero abbandonare le case, raccattando
poche cose, trovando rifugio nelle lontane retrovie del fronte (in tutta
la Penisola) o, peggio, esser rinchiusi nei campi di prigionia, in terra
invasa, da dove molti non tornarono.
A ricordo di quella tragica ea, il Comune volle fosse eretto un
ponte-monumento, inaugurato il 9 ottobre 1927 da S.A.R. Emanuele
Filiberto, Duca d'Aosta, Comandante della III Armata che in quest'area
arginò l'avanzata nemica, ricordando, sui quattro obelischi delle testate,
i nomi dei caduti: i marinai del Reggimento S. Marco ed i 181 figli di
Jesolo.
Il turismo
Della Jesolo turistica, le prime notizie si hanno alla fine del 1800,
quando aprì il primo stabilimento balneare, sul frontemare di piazza
Marconi.
Subito dopo la Grande Guerra, l'attività turistica riprese con più lena,
costruendo ville, colonie ed i primi alberghi. Nel 1934 v'erano 47 licenze
di affittacamere, 24 esercizi pubblici e 4 alberghi stagionali. Tre anni
dopo le camere erano 11 e gli appartamenti 57, cui si aggiunsero 2
locande, 1 trattoria, 3 pensioni e 6 alberghi. Nel 1938 i villeggianti
furono 10.780. Nel 1939 le camere erano 20, gli appartamenti (e ville) 76,
le locande 5, le pensioni 3 e gli alberghi 8; ma è al termine della
seconda guerra mondiale che Jesolo intraprese definitivamente la via del
turismo. Mettendo a disposizione la sua spiaggia, il Lido di Jesolo attirò
l'attenzione di quanti (soprattutto Veneti e Lombardi), credendo nel suo
sviluppo, investirono capitali, realizzando alberghi, condomini, campeggi,
darsene e ville, aprendo negozi, ristoranti ed impianti sportivi ed anche
la Stampa s'occupò della grande spiaggia.
Il Lido di Jesolo, a pochi chilometri dalla magica Venezia, con i suoi 15
chilometri di arenile, di sabbia dolomitica, con gli 80.000 posti letto,
ospita ogni anno oltre 10 milioni di turisti (stanziali e pendolari) che
trascorrono le vacanze con escursioni nel verde della Pineta e
nell'incanto delle valli lagunari, frequentando le moderne discoteche,
templi del divertimento giovanile, le piazze, con centinaia di spettacoli
d'ogni genere, i luna park, dai mille fantasmagorici colori, e,
soprattutto, via Bafile, la più lunga isola pedonale d'Europa, risuonando
il suo nome, nelle lingue più diverse, in ogni parte del mondo.
C'era una volta ... racconteranno i figli dei nostri figli ... c'era una
volta un villaggio chiamato Equilo, poi Cavazuccherina, ora Jesolo, e, non
lontano, una spiaggia deserta, su cui si spegnevano le onde
dell'Adriatico. C'era una volta ... e sembrerà una favola, quella di
Jesolo, vero miracolo dei nostri tempi, paradiso naturale, specchio del
lavoro umano che ha saputo creare grattacieli che si specchiano sul mare,
e dare al cielo i mille colori degli ombrelloni ... la favola dell'uomo e
del suo andare sulla lunga strada della civiltà, strada che lo ha portato
dalla palafitta al grattacielo, qui, a Jesolo, come in tutte le contrade
del mondo (A. Policek, C'era una volta).